Studio condotto su dati aggregati dell’intero 2025, con focus su fatturato, costi e capacità di assorbimento nelle strutture a 2, 3, 4 e più di 5 riuniti.
Nota metodologica
L’articolo si basa su una nostra analisi svolti su dati aggregati relativi all’intero 2025. I benchmark sono letti sia su base annua sia su base mensile equivalente, così da facilitare il confronto con la realtà operativa dello studio.
Quanto spende davvero uno studio odontoiatrico in base al numero di riuniti
Capire quanto spende davvero uno studio odontoiatrico non significa fermarsi ai numeri assoluti. Uno studio più grande spenderà quasi sempre più di uno studio più piccolo, e questo, da solo, non basta a spiegare se la struttura sia efficiente oppure no. La domanda corretta è un’altra, quanto bene quello studio riesce ad assorbire i propri costi rispetto al fatturato che produce.
Questo articolo nasce da uno studio condotto da noi su dati aggregati relativi all’intero 2025. Abbiamo analizzato i benchmark di studi odontoiatrici suddivisi per numero di riuniti, mettendo a confronto quattro cluster, 2 riuniti, 3 riuniti, 4 riuniti e strutture con più di 5 riuniti. Per ogni gruppo abbiamo osservato il dato annuo, la media mensile equivalente e l’incidenza percentuale dei costi sul fatturato. È proprio quest’ultimo passaggio che consente di neutralizzare la dimensione dello studio e di capire se i costi siano coerenti oppure troppo pesanti.
Il costo assoluto non basta per capire se uno studio è efficiente
Molti odontoiatri guardano un costo annuo elevato e pensano che il problema sia tutto lì. In realtà due studi possono avere costi molto diversi in valore assoluto e tuttavia raccontare situazioni opposte se si osserva la loro capacità di assorbimento.
Uno studio a 2 riuniti, per esempio, può avere costi molto più bassi di uno studio a 4 riuniti e risultare comunque più fragile. Al contrario, una struttura più grande può sostenere costi elevati e restare più efficiente, se il fatturato è abbastanza ampio da diluirli bene.
Per questo i benchmark vanno letti su due piani. Il primo è quello del dato annuo e della media mensile, che aiutano il lettore a immedesimarsi. Il secondo è quello dell’incidenza percentuale sul fatturato, che ci dice se quel costo pesa troppo oppure no.
I macro-benchmark per cluster

Questo primo quadro dice già molto. Gli studi a 2 riuniti hanno valori assoluti più bassi, ma non abbastanza bassi da compensare la minore capacità di fatturato. Gli studi a 3 riuniti mostrano invece il miglior equilibrio. Gli studi a 4 riuniti presentano il dato più anomalo del benchmark, soprattutto per il peso dei costi fissi. Le strutture con più di 5 riuniti, almeno nel campione osservato, sembrano assorbire meglio la struttura, pur con la cautela necessaria legata alla numerosità del campione.
Studi a 2 riuniti, quando la struttura è troppo corta per assorbire i costi
Negli studi a 2 riuniti il benchmark annuo di fatturato è pari a 439.871,63 euro, che corrispondono a una media mensile di 36.655,97 euro. I costi fissi annui si attestano a 137.220,31 euro, cioè 11.435,03 euro medi al mese, con un’incidenza del 31,20 per cento sul fatturato. I costi variabili generali raggiungono 57.028,69 euro annui, pari a 4.752,39 euro mensili, con un peso del 12,96 per cento. I costi variabili diretti arrivano a 215.121,34 euro annui, cioè 17.926,78 euro al mese, con un’incidenza del 48,91 per cento.
Questi numeri raccontano una cosa precisa. Il problema dello studio a 2 riuniti non è necessariamente che spenda troppo in assoluto. Il problema è che la sua base di fatturato è relativamente stretta e quindi ogni costo pesa di più.
Basta osservare alcune voci. Il benchmark dei dipendenti è pari a 60.601,42 euro annui, circa 5.050 euro al mese, con un’incidenza del 13,78 per cento sul fatturato. Il leasing pesa per 12.939,35 euro annui, cioè circa 1.078 euro al mese, con un impatto del 2,94 per cento.
Anche il compenso attribuito al titolare merita attenzione. Vale mediamente 91.357,18 euro annui, cioè 7.613 euro al mese, e pesa per il 20,77 per cento sul fatturato benchmark. Questo dato ci dice che il modello a 2 riuniti tende a essere fortemente titolare-centrico.
La fragilità di questo cluster nasce quindi dalla combinazione di due elementi, una massa critica insufficiente e una forte dipendenza dalla produzione del titolare. In termini gestionali, la patologia prevalente è una sottoscala economica che rende la struttura corta e poco capace di assorbire bene i costi.
Studi a 3 riuniti, il punto di equilibrio più convincente
Negli studi a 3 riuniti il benchmark annuo di fatturato sale a 951.170,28 euro, che corrispondono a una media mensile di 79.264,19 euro. I costi fissi si attestano a 232.570,90 euro annui, cioè 19.380,91 euro medi mensili, con un’incidenza del 24,45 per cento. I costi variabili generali arrivano a 106.925,43 euro annui, pari a 8.910,45 euro al mese, con un peso dell’11,24 per cento. I costi variabili diretti raggiungono 431.662,24 euro annui, cioè 35.971,85 euro medi al mese, con un’incidenza del 45,38 per cento.
Qui il dato interessante non è che i costi siano bassi. Il punto è che vengono assorbiti molto meglio. Rispetto agli studi a 2 riuniti, il costo fisso cresce in euro, ma il fatturato cresce molto di più. Questo rende la struttura complessivamente più armonica.
Anche le singole voci confermano questa lettura. I dipendenti pesano per l’11,86 per cento sul fatturato, meno che nei 2 riuniti e nei 4 riuniti. Il leasing scende allo 0,72 per cento, dato molto più leggero rispetto ai cluster più fragili. I mutui, i finanziamenti e i noleggi si collocano all’1,51 per cento, quindi in una fascia sostenibile.
C’è poi un dato interessante sulla formazione. Nei 3 riuniti questa voce vale 9.975,63 euro annui, cioè circa 831 euro al mese, con un’incidenza dell’1,05 per cento, la più alta tra i cluster osservati. Non è necessariamente un difetto. Può anzi indicare una maggiore propensione all’investimento professionale e organizzativo.
Anche sul fronte produttivo il modello appare più maturo. Il compenso del titolare scende al 15,19 per cento del fatturato benchmark, segno che la produzione tende a distribuirsi meglio rispetto agli studi più piccoli.
Nel complesso, il 3 riuniti sembra rappresentare il punto di equilibrio più convincente tra struttura, costi e capacità produttiva. Non perché spenda poco, ma perché assorbe bene ciò che spende.
Studi a 4 riuniti, quando la complessità cresce prima dell’efficienza
Il benchmark annuo di fatturato negli studi a 4 riuniti è pari a 1.055.797,51 euro, quindi 87.983,13 euro medi al mese. I costi fissi salgono però a 474.832,55 euro annui, cioè 39.569,38 euro al mese, con un’incidenza del 44,97 per cento sul fatturato. I costi variabili generali si attestano a 94.578,99 euro annui, pari a 7.881,58 euro mensili, con un peso dell’8,96 per cento. I costi variabili diretti arrivano a 504.831,82 euro annui, cioè 42.069,32 euro al mese, con un’incidenza del 47,82 per cento.
Questo cluster è particolarmente interessante perché rompe una convinzione diffusa. Si potrebbe pensare che una struttura a 4 riuniti sia semplicemente una versione più evoluta di uno studio a 3 riuniti. I benchmark suggeriscono invece che il passaggio non sia così lineare.
L’anomalia non sembra stare nei costi variabili generali, che risultano più leggeri in termini percentuali rispetto ai 2 e ai 3 riuniti. Il nodo è nella struttura fissa. I dipendenti pesano per il 15,58 per cento sul fatturato, il dato più alto tra i cluster principali. Il leasing incide per il 2,66 per cento. Le manutenzioni arrivano allo 0,76 per cento.
Questo significa che la complessità cresce, ma non sempre viene accompagnata da un pari salto di efficienza. In altre parole, il 4 riuniti rischia di diventare un modello in cui la macchina organizzativa, salariale e tecnica cresce più velocemente della capacità di trasformarla in margine.
Anche i costi diretti mostrano una struttura diversa. Il compenso del titolare scende al 14,94 per cento del fatturato, mentre il peso dei collaboratori sale al 19,88 per cento. È il segnale di un modello meno dipendente dal titolare, ma più esposto alla necessità di coordinare bene la produzione, saturare l’agenda e far rendere davvero la struttura.
La patologia prevalente del 4 riuniti non sembra quindi essere l’inefficienza operativa quotidiana. Sembra piuttosto una sovrastruttura organizzativa che, se non governata bene, può diventare troppo pesante.
Strutture con più di 5 riuniti, quando la scala riesce ad assorbire davvero i costi
Nelle strutture con più di 5 riuniti il benchmark annuo di fatturato sale a 1.761.880,74 euro, pari a una media mensile di 146.823,39 euro. I costi fissi si attestano a 382.627,36 euro annui, cioè 31.885,61 euro medi al mese, con un’incidenza del 21,72 per cento. I costi variabili generali valgono 153.570,31 euro annui, pari a 12.797,53 euro al mese, con un peso dell’8,72 per cento. I costi variabili diretti arrivano a 807.055,12 euro annui, cioè 67.254,59 euro medi mensili, con un’incidenza del 45,81 per cento.
A prima vista, questo cluster appare il più efficiente sul piano dell’assorbimento. La struttura è certamente più grande, ma il fatturato riesce a diluire molto meglio i costi fissi rispetto agli altri gruppi osservati.
Anche alcune voci specifiche sono interessanti. I dipendenti pesano per il 14,87 per cento sul fatturato, quindi meno dei 4 riuniti. Il leasing si ferma allo 0,51 per cento. Mutui, finanziamenti e noleggi valgono lo 0,66 per cento. I materiali generici incidono appena per l’1,05 per cento. Anche il compenso del titolare scende al 13,55 per cento, mentre cresce il peso dei collaboratori al 20,51 per cento.
Tutto questo suggerisce una buona capacità di assorbimento e una struttura meno dipendente dalla produzione personale del titolare. Va però fatta una precisazione importante. Questo dato non autorizza a dire che più grande significhi sempre meglio. Significa piuttosto che, quando la scala è sostenuta da un’organizzazione capace di reggerla, i costi possono pesare meno in termini relativi.
Una nota importante sul marketing
Tra le voci osservate c’è anche il marketing, che spesso viene letto in modo troppo semplicistico. Ridurlo a puro costo sarebbe un errore. Il marketing, se ben impostato, può essere una leva di crescita, acquisizione e sviluppo del fatturato.
Per questo il tema non è soltanto quanto si spende, ma se quella spesa sia coerente, monitorata e capace di generare ritorno. Dai benchmark osservati, il marketing non emerge come la voce che drena la marginalità dello studio. La sua incidenza resta contenuta nei diversi cluster. Questo però non significa che sia irrilevante. Significa piuttosto che va letto in chiave di rendimento e non solo di contenimento.
Cosa ci insegna davvero il MOL benchmark
La sintesi finale di questa lettura sta nel MOL benchmark, cioè nel risultato operativo lordo che rimane dopo l’assorbimento dei costi osservati.
Gli studi a 2 riuniti risultano i più fragili in termini di marginalità finale. Gli studi a 3 riuniti mostrano il profilo più equilibrato. Gli studi a 4 riuniti non sono necessariamente i peggiori per risultato finale, ma si distinguono per una forte anomalia strutturale. Le strutture con più di 5 riuniti mostrano il miglior assorbimento apparente, pur con la prudenza necessaria legata alla numerosità del campione.
Il punto più importante è che la marginalità non si deteriora per la stessa ragione in tutti gli studi. Nei 2 riuniti il nodo prevalente è la sottoscala economica. Nei 4 riuniti è la complessità che rischia di diventare troppo pesante. Nei 3 riuniti emerge una maggiore armonia tra struttura e produzione. Nelle strutture più grandi la scala può aiutare, ma solo se è davvero governata.
La vera domanda non è quanto spendi, ma quanto assorbi
Se da questi benchmark vogliamo trarre una conclusione utile, è questa. La dimensione dello studio, da sola, non basta a spiegare l’efficienza. Uno studio piccolo non è fragile solo perché fattura meno. Uno studio grande non è forte solo perché produce di più. Quello che conta è la coerenza economica della struttura che si è costruita.
Gli studi a 2 riuniti devono interrogarsi soprattutto sulla massa critica, sull’assorbimento dei costi e sulla dipendenza dal titolare. Gli studi a 3 riuniti sembrano rappresentare il punto di equilibrio più convincente. Gli studi a 4 riuniti devono vigilare sul rischio di costruire una macchina troppo pesante rispetto alla capacità di farla rendere. Le strutture con più di 5 riuniti possono beneficiare della scala, ma solo quando la complessità viene governata e non subita.
Ed è proprio qui che il controllo di gestione diventa decisivo. Il benchmark aiuta a orientarsi, ma da solo non basta. Ogni studio va letto dentro la propria organizzazione, il proprio mix di branche, la propria struttura dei costi e la propria capacità di trasformare produzione in marginalità. Il controllo di gestione serve esattamente a questo, non a guardare i numeri in modo passivo, ma a interpretarli per prendere decisioni migliori.
Sintesi finale per cluster

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